Il caso Leavenworth di Anna Katharine Green [Recensione]

venerdì, maggio 01, 2015

Carissimi Ospiti del Salotto,

eccomi finalmente a parlare di un mystery che mi ha davvero entusiasmata: in primis, per il fatto che questa lettura ha colmato l'inspiegabile vuoto nel mio bagaglio di conoscenza giallistica d'autore di cui Anna Katharine Green – ho scoperto – costituiva l'anello mancante; inoltre, per il potere latente che questo titolo nasconde, ovvero la possibilità di leggere in italiano tutti gli altri casi del Detective Ebenezer Gryce!

Spero che Elliot, l'editore che ha pubblicato per l'Italia questo primo caso, esaudisca il mio desiderio! 
Ma veniamo al libro. Il caso Leavenworth (1878) non è un giallo qualunque, ma il primo esempio noto di detective story, definizione coniata dalla sua stessa autrice americana, Anna Katharine Green, ben nove anni prima dell'uscita di Uno studio in rosso (1887), il primo caso del famoso Sherlock Holmes dell'inglese Conan Doyle.
Prima della Green, solo Poe in alcuni racconti brevi e il grande Wilkie Collins, padre indiscusso del mystery, avevano sperimentato il metodo deduttivo nel dipanare una trama noir, ecco come i casi del Detective Gryce divennero all'epoca un punto di riferimento per la Letteratura gialla, per Doyle come per la grande Agatha Christie che dichiarò di dovere molto alla Green.

Immaginate adesso l'emozione della scoperta, per un'appassionata di gialli d'autore come la sottoscritta, nel ritrovarsi davanti quell'anello mancante di cui prima era assolutamente ignara. La stessa emozione si è protratta nella lettura senza scadere nella delusione solita alle conseguenze della grandi aspettative.

No, Il caso Leavenworth ha trovato posto di buon diritto sullo scaffale dei miei mysteries preferiti, tra La donna in bianco di Collins e Lo studio in rosso di Doyle!
Non dirò molto della trama, ovvia precauzione per non rovinarvi il piacere dell'indagine, parlerò invece della struttura del romanzo, ancora vittoriana per forma, sullo stile inaugurato da Collins, ma già costellata di spunti narrativi che ritroveremo nei capolavori di Doyle, come i dialoghi e la riduzione dei contenuti descrittivi o collaterali non funzionali allo sviluppo della trama, scelte che troncano definitivamente con l'epoca precedente, anticipando il taglio moderno del secolo successivo.
«Non leggere Il caso Leavenworth equivale a perdere un documento di vitale importanza storica nel suo campo, nonché a privarsi di un’avvincente e affascinante esperienza letteraria»
Coloro che – come me – sono cresciuti a pane, Doyle e Christie, troveranno un po' ripetitive, persino un tantino goffe, le riflessioni ridondanti di Everett Raymond, l'avvocato protagonista che viene coinvolto nella vicenda e intreccia i suoi pensieri con il Detective Gryce; eppure, funziona perfettamente il percorso di scoperta degli indizi, dei dettagli che fanno di ogni personaggio in scena un sospettato.
Il metodo deduttivo cammina a braccetto con l'intuizione e questa con la percezione esteriore dei personaggi. Mr. Raymond più di una volta dubita del proprio giudizio, della colpevolezza dell'uno o dell'altro sospettato, il coinvolgimento dei sentimenti contribuisce a tale incertezza per cui si interroga sull'obiettività della proprio impressione, come della possibilità – affatto remota – di essere in parte manipolato per questa sua palese debolezza dalle belle sorelle Leavenworth, protagoniste del mistero.

Il confronto con il Detective Gryce aiuta Mr. Raymond nel processo di scissione dei fatti dalle pure congetture, il primo approfitta dell'evidente coinvolgimento nell'indagine dell'avvocato per farne un ignaro latore d'ipotesi davanti agli indagati, e dietro le quinte, attende paziente le reazioni degli stessi e l'esposizione dei nuovi fatti per bocca del suo sprovveduto testimone oculare.

La trama non manca degli ingredienti noti del mystery, i passaggi – sebbene, talvolta lenti e ripetitivi nella riformulazione delle ipotesi – sono diluiti in modo scrupoloso così da guidare il lettore nella spiegazione del caso seguendo i ragionamenti del protagonista, persino nei dubbi e negli errori di valutazione: il miglior modo per istruire una mente a cogliere i dettagli e comprendere il metodo per risolvere enigmi.
La Green scrisse un ottimo mystery per il suo tempo e per il suo pubblico, all'epoca prettamente maschile, ma che le garantì più notorietà del suo primo tentativo di scrittura.

In un tempo in cui thriller di serie Z affollano gli scaffali di librerie, edicole e supermercati, c'è bisogno di ritornare ai Classici della Letteratura Gialla, per ritrovare il piacere del ragionamento cui il metodo deduttivo e la costruzione di una trama ineccepibile inducono naturalmente, favorendo un vero coinvolgimento del lettore, quasi una partecipazione effettiva all'indagine, che garantiscono un'esperienza di lettura appagante.

Già, perché...
... non c'è cibo migliore per la mente di un giallo ben costruito!
Sperando di avervi convinto a leggere questo prezioso volume, attendo dalla Elliot notizie su un seguito alle pubblicazioni e auguro a tutti buone letture!

I vostri pareri se avete letto il libro o meno, sono ognora i benvenuti!
A presto, la vostra Claire

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4 Impressions

  1. Sono lieta che ti sia piaciuto.

    La cosa che trovo davvero interessante, personalmente, è che un'autrice (donna) dell'epoca sia riuscita a conquistare un pubblico prettamente maschile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti, la Green esordì con altro genere con cui fu praticamente ignorata, comprese però che la sua, era l'epoca della giovinezza del mystery e l'attenzione del già ampio, eppure, crescente, pubblico maschile (ma anche femminile), fu un'ottima intuizione, ma anche merito della sua scrittura se arrivò il successo! :)

      Elimina
  2. Non riesco a credere 1) di essermi persa questo post e 2) di non conoscere quest'autrice! Devo rimediare U_U
    (La donna in bianco è uno dei miei classici preferiti!)

    RispondiElimina

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